DANIELA GOLFETTO (DG) -Tutto è cominciato quando l’Università di Padova, presso la quale io e Daniela Lucchesi abbiamo frequentato il Master in Studi Interculturali, ci ha proposto di partecipare ad un progetto Grundtvig che univa vari paesi europei attorno alla scrittura creativa dei migranti. All’epoca ero insegnante di italiano, volontaria, presso la suddetta associazione, che ci è sembrata luogo ideale ai fini del progetto. Ho riunito così le donne di vari corsi di italiano, in un nuovo percorso, in cui la lingua italiana non fosse solo “grammatica”, ma un mezzo per comunicare i propri sentimenti, raccontare di sé e del proprio paese e condividere le proprie emozioni, positive e negative, facendo dell’italiano un uso più proprio e personale, e migliorando comunque il livello di competenza linguistica.
SN-A chi sono rivolti? Il loro obiettivo?
DG – I laboratori intendono costruire un percorso di espressione personale con fini formativi diretto a donne di varia provenienza, non ancora completamente integrate con il sistema educativo, lavorativo e legislativo del paese d’accoglienza, spesso con difficoltà linguistiche e di orientamento.
Il progetto prende in considerazione le donne migranti perché statisticamente è la componente femminile che si trova ad affrontare le maggiori difficoltà di integrazione nella società ospitante, quali il senso d’isolamento, la mancanza di autostima e l’esclusione da un mercato del lavoro qualificato. Inoltre le donne tendono in un contesto sociale estraneo al loro, a trascurare se stesse e le proprie ambizioni o desideri, mettendoli in secondo piano di fronte a problematiche più concrete e quotidiane. Il progetto mira a creare uno spazio apposito in cui tali desideri vengano a galla restituendo così alle donne una identità forzatamente dimenticata, valorizzando le loro attitudini e il loro pensiero. Attraverso un approccio informale, che include la condivisione di esperienze, il riconoscimento delle reciproche differenze, l’analisi di percorsi precedenti l’esperienza di migrazione, le partecipanti acquisiscono una maggiore consapevolezza personale: apprendono progressivamente e attraverso il mezzo della scrittura ad esprimere le proprie idee, a guardare alle situazioni in modo articolato e obbiettivo, ad analizzare il proprio percorso umano e formativo e a porsi come parte attiva nella comunità d’accoglienza.
Inoltre lavorare in gruppo porta non solo alla condivisione, ma anche ad un percorso di conoscenza di sé nel confronto con l’ altro, scoprendo di avere qualcosa da raccontare o da insegnare (una ricetta, una lingua, una tradizione sconosciuta…), a guardarsi con occhi diversi ritrovando se stesse e riscoprendo i lati positivi del proprio carattere e delle proprie esperienze di vita, una sorta di rivalutazione personale verso una maggiore autostima e sicurezza nelle proprie capacità. Il laboratorio e’ un’occasione per “sentirsi a casa”, condividere i sogni, i desideri, le giornate storte, o dimenticare i problemi, parlandone insieme oppure semplicemente pensando ad altro, sfogandosi tramite le tecniche espressive proposte: i colori, le foto, i collage, le parole. Con la condivisione di esperienze, il riconoscimento delle reciproche differenze, le partecipanti acquisiscono una capacità empatica e un atteggiamento di cooperazione e di solidarietà nei confronti delle altre, a dispetto delle diverse provenienze e retroterra culturale e linguistico; ciò permette loro di superare il senso d’isolamento e offre un’esperienza umana importante, utile anche ai fini di creare legami di amicizia durevoli.
SN-I migranti come vengono a conoscenza dell’esistenza dei corsi di scrittura?
DG – La cosa più semplice è presentare e proporre il corso presso i corsi di italiano, è molto difficile altrimenti richiamare l’attenzione attraverso volantini o pubblicità, le donne straniere sono diffidenti ed inoltre è difficile capire che cos’è un “corso di scrittura creativa autobiografica”, tante parole per dire semplicemente: “stiamo insieme e scriviamo di noi in italiano”. Il miglior mezzo per diffondere la notizia e raccogliere le partecipanti è poi il passaparola…se si comincia in tre, queste tre chiamano poi amiche , vicine, parenti…e si finisce il corso in 10/15!
SN-E qual ‘è la reazione iniziale delle partecipanti di fronte ad una esperienza così apparentemente complessa?
DG – Chi si iscrive inizialmente pensa che si tratti di un corso di lingua, come ce ne sono tanti, non comprende subito l’obiettivo “umano” che vi è dietro, ma lo conosce man a mano che lo frequenta, e lo apprezza tantissimo. Inizialmente vi è diffidenza, anzi, scetticismo quando l’obiettivo reale viene spiegato, perché il laboratorio oltre a non essere strettamente di lingua, non ha un profitto materiale: chi cerca lavoro, qui non lo trova, ma come dico sempre alle mie donne “aumenta la possibilità di trovarlo”, non solo perché chi partecipa migliora il proprio livello di lingua, ma anche perché conosce, scambia informazioni, stringe legami di amicizia con chi è più inserito, e comincerà con il non essere più solo, e con l’avere un motivo per uscire di casa.
Lo scetticismo è poi presto superato, e lascia posto all’entusiasmo; la motivazione maggiore alla partecipazione a un tipo di corso che non offre benefici concreti o materiali diventa proprio lo stare insieme, il condividere la difficile situazione di immigrazione al di là della provenienza o del progetto migratorio….o semplicemente uscire di casa e sentirsi partecipe e attiva in qualcosa. La scrittura è solo un pretesto!
SN -Cosa si aspetta il migrante da questa esperienza laboratoriale? Cosa cercanell’incontro comune?
DG – Se all’ inizio pensano di frequentare l’ennesimo corso di italiano, poi con stupore e gioia si ritrovano coinvolte in qualcosa di più: la motivazione principale è ora l’amicizia (che nasce fin da subito fra loro) , la condivisione dei problemi ma anche dei momenti felici, lo sfogo, la curiosità verso le altre culture, lo scambio vero e proprio (anche di cibo, oggetti, musica, regalini, oltre che di esperienze di vita). E’ inoltre importante per loro non solo esercitare la scrittura, ma parlare, raccontare, un’esigenza molto sentita, perché quotidianamente, al lavoro, per la strada, al supermercato, si sentono “mute” (così mi riferiscono).
SN-Cosa accomuna le partecipanti dei tuoi laboratori?
DG – Certamente la voglia di raccontarsi (e pensare che io avevo sempre avuto il timore che fossero restie a ciò!), di farsi coraggio e di condividere le difficoltà della loro esperienza iniziale. Emerge sempre un grande senso di solidarietà nel gruppo, molte mi hanno detto che questi laboratori sono per loro una specie di “terapia” contro la solitudine e l’isolamento.
Daniela Golfetto mi ha dato la possibilità di pubblicare alcuni dei lavori realizzati delle donne migranti nel corso dei suoi laboratori, e devo dire che sono scritti molto toccanti il cui fil rouge è racchiuso in alcune parole-chiave: nostalgia, memoria, voglia di capire, testimonianza, speranza.
Grazie alle autrici di questi lavori!
Scrivo per l’ amore che sento
Scrivo perché mi sento felice
Scrivo perché sento rumore
Scrivo per capire
Scrivo per andare avanti.
Scrivo per amici e per parenti
Per raccontare la mia vita in Italia
Scrivo per rinfrescarmi e dimenticare le cose brutte
Scrivo per il mio futuro,
così come per ricordare la mia vita passata.
io scrivo perché io penso che è troppo difficile la vita senza capire.
Io scrivo perché mi piace,
io scrivo perché adesso io scrivo molto male,
così scrivo per migliorare!
Io scrivo per consigliare le persone che hanno bisogno,
io scrivo perché vorrei aprire gli occhi dei popoli,
e denunciare ciò che non va bene.
Io scrivo perché voglio piangere per i bambini innocenti che vengono uccisi dalla guerra,
io scrivo perché vorrei far finire una volta per tutte la storia delle donne che vengono trattate come oggetti e mercificate come prostitute,
io scrivo perché voglio ringraziare Dio e tutte le persone che mi hanno aiutato nella vita, specialmente nei momenti difficili.
io scrivo per capire,
io scrivo perché amo scrivere.
Scrivo in tutte le diverse lingue,
scrivo per ricordare la mia vita,
scrivo per me.
Scrivo a chi non mi capisce quando parlo
Scrivo anche per far chiarezza a me su ciò che dico
Scrivo a chi pensa che perché non so scrivere, non so pensare
Scrivo a chi pensa che perché non so parlare, non so amare
Scrivo a che pensa che perché non so scrivere o parlare, non so essere.
Scrivo a chi vede in me oltre le mie parole.
e che amo la tolleranza
Io che voglio essere curiosa
e che il sole mi rallegra
Io che detesto uno sguardo banale.
Io che amo lottare
ma che purtroppo mi sento pigra.
Mi rattrista la mancanza di libertà
e detesto non poter scegliere.
Io sono qui per dirmi che mi voglio bene,
anche se non sono perfetta.
“E” come Educazione
Educare, oppure essere Educata…
educata è più bello che educare.
Pensare di sapere tutto,
purtroppo è una barriera dell’ educazione.
Essere educata.
Imparare ad ascoltare,
pensare prima di parlare;
ascoltare più che essere ascoltato…
perché anche lo sciocco ha qualcosa da dire.
Sognare di arrivare a un livello più alto.
Purtroppo a volte le persone vanno a scuola,
ma la scuola non le attraversa.
Sognare di educare e di essere educato.
Avere educazione ed essere educato conta tanto….
Facile non è possedere entrambe le cose.

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