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29
ott
08

Solidarietà

Sono ormai nove anni che vivo più in Italia che all’estero e mi rendo conto ogni volta che questo è un paese che interpreta ancora troppo spesso la solidarietà con l’assistenzialismo. Perché questa osservazione? Il piccolo comune dove vivo, Lerici, che si affaccia sul bellissimo Golfo dei Poeti, ha rinnovato il suo “impegno” a favore del popolo Saharawi che continua da ormai otto anni. In che modo? Ha promosso tramite la Coop locale la raccolta di riso per i bambini Saharawi. Chi si recava al supermercato poteva acquistare pacchi di riso destinati al popolo africano senza terra.  Anche la scuola primaria è stata veicolo di questa raccolta, ai genitori veniva segnalato tramite circolare che potevano far portare a scuola dai loro figli il riso. Sono circa tre anni che tento di capire il progetto Saharawi del Comune, anni che tento in qaulità di mediatrice interculturale di proporre un progetto di mediazione per i bambini che per 4 settimane vengono ospitati nel periodo estivo. Ma nonostante la richiesta delle delibere e poche altre informazioni attinte da fonti non ufficiali, non si sa molto, forse perché non c’è molto da sapere. Chi lo sa! La scorsa estate sono stata chiamata, con mia grande sorpresa, visti i precedenti tentativi falliti,  per presentare un mini progetto di mediazione per i due turni estivi in cui i bambini Saharawi erano ospiti. Ho presentato il progetto di due attività laboratoriali in tutta fretta, come richiestomi dalle autorità competenti da svolgere nel mese di luglio 2008. Oggi siamo al 29 ottobre e nessuna referente-portavoce del Comune ha avuto la cortesia (il minimo dovuto) di informarmi ufficialmente che il progetto non poteva farsi per i motivi indicati (un qualunque motivo poteva andare bene per giustificare eventuali carenze economiche o logistiche!). Teoricamente, solo teoricamente si intende, sto ancora aspettando quella chiamata, invece quando il mese di luglio si stava approssimando e io non sapevo nulla e tentavo di capire… mi venivanio fornite risposte evasive, del tipo, “i bambini Saharawi sono troppo impegnati”, “ci sono tanti volontari” etc… mi domando allora come mai io sia stata chiamata a presentare un progetto! Non si sapeva di questi volontari che “in massa” si erano proposti di intrattenere i bambini Saharawi ? Non si sapeva dei loro “numerosi” impegni? I misteri continuano. Non vorrei che anche la raccolta del riso diventasse un mistero…

Credo che ogni ente pubblico o associazione sia libera di intraprendere azioni di solidarietà come meglio crede tuttavia è bello potersi distinguere, creare un modo innovativo e sopratttto futuribile per il miglioramento di quelle popolazioni e paesi svantaggiati sotto il profilo economico.  Se 100 enti/associazioni si occupano di inviare il riso  per fonteggiare la carestia oggi, cosa ne sarà del popolo Saharawi (e di altri) domani?  Chi mi conosce sa che disapprovo in toto questo tipo di progetti, ritengo che la cooperazione sia ben altra cosa, ne ho scritto in passato, ho visto con i miei occhi falliti tentativi di assistenza a poveri e diseredati.  Così non va…. se il riso (a questo punto si intenda il “riso” come simbolo ) basta al bisogno di oggi, alle necessitàf uture chi ci penserà? I nostri figli? Quelli che oggi non sanno rinunciare al game boy o allo zaino firmato? Quelli che si ingozzano di televisione  e parlano come gli slogan pubblicitari? Quelli che pasteggiano a merendine e non tollerano la diversità? Chi oggi soffre al di là del mare, domani continuerà a soffrire o forse soccomberà e non lo farà da solo, ci saranno anche i nostri figli a soccombere in una società mondiale priva di valori morali. Cosa fare? Se al posto del riso si potesse investire nel costruire scuole, laboratori di formazione per adulti, in libri e insegnanti, forse quel riso che oggi arriverebbe agli Sahrawi, domani  potrebbero procurarselo da soli, non sarebbe più una necessità di sopravvivenza ma una consuetudine alimentare.  Sere fa ho organizzato una serata di beneficienza per portare libri ai bambini della Tanzania… a molti questo progetto può essere apparso un progetto “inutile”, qualcuno si sarà chiesto “ma cosa se ne fanno dei libri i bambini africani?”. Domande lecite, soprattutto se l’offerta sul territorio in termini di solidarietà e cooperazione si è finora limitata a progetti di assistenzialismo.  Da cosa traggo queste considerazioni? Forse al fatto che l’audience presente era per il 90% di fuori, la popolazione lericina e delle limitrofe frazioni era assente. Segno che il progetto “Un Libro per un Bambino” non fornisce la soddisfazione immediata che l’acquisto di un pacco di riso da… del resto viviamo in una società consumistica che guarda al piacere dell’oggi e non alla sicurezza del domani (qui e altrove si intende).  Potrei cambiare  lo slogan e dire: che il futuro di chi oggi riceve un chilo di riso  è segnato da una condanna perenne , mentre il futuro di chi oggi riceve un libro (o un insegnante o una scuola) è segnato da una svolta, non da una ma da cento possibilità di trasfromare la povertà in sviluppo sostenibile. E’ per questo che alle mie figlie non ho dato il pacco di riso da portare a scuola ma ho  acquistato tre libri per i loro fratelli africani!

19
set
08

News

Soggetto Nomade a partire dal prossimo 2009 comincerà ad operare all’estero con progetti in Africa. E’ stato pertanto attivato un sito esclusivamente in inglese che si occuperà di illustrare specifici progetti nel resto del mondo: KABILIANA è il nome del Progetto che Soggetto Nomade sostiene.

19
mar
08

Tibet

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E’ in atto in Tibet l’ennesima violazione dei diritti umani da parte della Cina. Il 7 ottobre 1950 la Repubblica Popolare Cinese invade il Tibet, dando inizio a cinquant’anni di repressione e di violenta discriminazione contro il popolo e la cultura tibetana. Oggi, alla vigilia della loro apertura, si  chiede al mondo sportivo di boicottare i Giochi Olimpici. In realtà, la vera forza d’azione sarebbe quella (impossibile e utopica!!!) di interrompere qualsiasi tipo di relazione economica, culturale e politica nei confronti della Cina fino a quando non sarà in grado di garantire agli occhi del mondo un serio impegno per la cessazione di tutte le forme di autoritarismo non solo nei confronti dei tibetani.  Ricordiamoci che in Cina sono tutt’oggi in atto forme di repressione quali la pena di morte, la tortura, la censura.  Tornando all’invasione cinese del Tibet, negli ultimi 50 anni  tra i danni causati dalla Cina a scapito del popolo tibetano, si ricordano:

  • oltre un milione di morti 
  • il 90% del patrimonio artistico tibetano distrutto (tra cui 6000 tra templi, monasteri, stupa)
  • deforestazione, scarico illegale di rifiutici tossici cinesi su suolo tibetano.
  • minaccia dell’identità tibetana a causa di immigrati cinesi che controllano  il Tibet emarginando la popolazione tibetana in tutti i settori (scuola, lavoro, religione). 
  • sterilizzazione e aborti forzati delle donne tibetane ad opera della politica discriminatoria della Cina
     

          Per saperne di più:

06
feb
08

Shoah

Visitatore, osserva le vestigia di questo campo e medita.
Da qualunque parte tu venga, tu non sei estraneo,
Fa’ che il tuo viaggio non sia stato inutile, che non sia inutile la nostra morte.
Per te e per i tuoi figli, le ceneri di Auschwitz valgano di ammonimento,
Fa’ che il frutto orrendo dell’odio, di cui qui hai visto le tracce, non dia nuovo seme né domani né mai!
- PRIMO LEVI -


La notte

“Ho visto altre impiccagioni, ma non ho mai visto un condannato piangere, perché già da molto tempo questi corpi inariditi avevano dimenticato il sapore amaro delle lacrime.
Tranne che una volta. L’Oberkapo del 52° commando dei cavi era un olandese: un gigante di più di due metri. Settecento detenuti lavoravano ai suoi ordini e tutti l’amavano come un fratello. Mai nessuno aveva ricevuto uno schiaffo dalla sua mano, un’ingiuria dalla sua bocca.
Aveva al suo servizio un ragazzino un pipel, come lo chiamavamo noi. Un bambino dal volto fine e bello, incredibile in quel campo.
(A Buna i pipel erano odiati: spesso si mostravano più crudeli degli adulti. Ho visto un giorno uno di loro, di tredici anni, picchiare il padre perché non aveva fatto bene il letto. Mentre il vecchio piangeva sommessamente l’altro urlava: «Se non smetti subito di piangere non ti porterò più il pane. Capito?». Ma il piccolo servitore dell’olandese era adorato da tutti. Aveva il volto di un angelo infelice).
Un giorno la centrale elettrica di Buna saltò. Chiamata sul posto la Gestapo concluse trattarsi di sabotaggio. Si scoprì una traccia: portava al blocco dell’Oberkapo olandese. E lì, dopo una perquisizione, fu trovata una notevole quantità di armi.
L’Oberkapo fu arrestato subito. Fu torturato per settimane, ma inutilmente: non fece alcun nome. Venne trasferito ad Auschwitz e di lui non si senti più parlare.
Ma il suo piccolo pipel era rimasto nel campo, in prigione. Messo alla tortura restò anche lui muto. Allora le S.S. lo condannarono a morte, insieme a due detenuti presso i quali erano state scoperte altre armi.
Un giorno che tornavamo dal lavoro vedemmo tre forche drizzate sul piazzale dell’appello: tre corvi neri. Appello. Le S.S. intorno a noi con le mitragliatrici puntate: la tradizionale cerimonia. Tre condannati incatenati, e fra loro il piccolo pipel, l’angelo dagli occhi tristi.
Le S.S. sembravano più preoccupate. Più inquiete del solito. Impiccare un ragazzo davanti a migliaia di spettatori non era un affare da poco. Il capo del campo lesse il verdetto. Tutti gli occhi erano fissati sul bambino. Era livido, quasi calmo, e si mordeva le labbra. L’ombra della forca lo copriva.
Il Lagerkapo si rifiutò questa volta di servire da boia.
Tre S.S. lo sostituirono.
I tre condannati salirono insieme sulle loro seggiole. I tre colli vennero introdotti contemporaneamente nei nodi scorsoi.
- Viva la libertà! – gridarono i due adulti.
Il piccolo, lui, taceva.
- Dov’è il Buon Dio? Dov’e? – domandò qualcuno dietro di me.
A un cenno del capo del campo le tre seggiole vennero tolte.
Silenzio assoluto. All’orizzonte il sole tramontava.
Scopritevi! – urlò il capo del campo. La sua voce era rauca. Quanto a noi, noi piangevamo.
- Copritevi!
Poi cominciò la sfilata. I due adulti non vivevano più. La lingua pendula, ingrossata, bluastra. Ma la terza corda non era immobile: anche se lievemente il bambino viveva ancora…
Più di una mezz’ora restò così, a lottare fra la vita e la morte, agonizzando sotto i nostri occhi. E noi dovevamo guardarlo bene in faccia. Era ancora vivo quando gli passai davanti. La lingua era ancora rossa, gli occhi non ancora spenti.
Dietro di me udii il solito uomo domandare:
- Dov’è dunque Dio?
E io sentivo in me una voce che gli rispondeva:
- Dov’è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca…
Quella sera la zuppa aveva un sapore di cadavere.”
06
feb
08

30 gennaio 1948 – 30 gennaio 2008

Sessanta anni fa veniva assassinato a New Dehli Mohandas Karamchand Gandhi. Vogliamo ricordarlo con le sue stesse parole.
“Non credo di dovermi scusare con voi per il fatto che sono costretto a parlare una lingua straniera. Mi chiedo se con questi microfoni la mia voce arrivi all’estremità più lontana di questo vasto pubblico. Quelli di voi che sono lontano, possono alzare le mani se sentono quello che dico? Sentite, perfetto. Bene, se la mia voce non arriva, non sarà colpa mia, sarà colpa di questi microfoni.
Quello che vi stavo dicendo è che non ho bisogno di scusarmi. Non oso, se tutti i delegati che si sono riuniti qui dalla varie zone dell’Asia, e gli “osservatori” – ho imparato questa parola dalle labbra di un amico americano, che ha detto “non sono un delegato, sono un osservatore”. Pensando che lui è venuto dalla Persia […] Ed ecco che mi trovo davanti un americano, e gli ho detto “Io ho paura di te, vorrei che mi lasciassi in pace”. Immaginate che un americano mi avrebbe lasciato da solo? Non lui, e per questo dovetti parlargli. Vi stavo dicendo che la mia parlata provinciale, che è la mia lingua madre, voi non potete capirla; e io non voglio insultarvi insistendo [a parlare] in questa parlata provinciale. La lingua nazionale, l’industani, so che ci vorrà molto tempo prima che possa competere nei discorsi ufficiali. Se c’è rivalità, c’è rivalità tra francese e inglese. Per il commercio internazionale, senza dubbio l’inglese occupa la prima posizione; per le conversazioni diplomatiche e la corrispondenza, quando studiavo da ragazzo sentivo dire che il francese era la lingua della diplomazia, e che se si voleva andare da un’estremità all’altra dell’Europa bisognava provare a imparare un po’ di francese, e così provai a imparare qua e là qualche parola di francese per essere capace di farmi capire. A ogni modo, se può esserci qualche rivalità, potrebbe sorgere tra il francese e l’inglese. Quindi, dato che è l’inglese che mi hanno insegnato, naturalmente devo far ricorso a questa lingua internazionale per parlare con voi.
Mi chiedevo di cosa avrei dovuto parlarvi. Volevo raccogliere i miei pensieri, ma lasciatemi confessare che non ho avuto tempo, eppure vi avevo promesso ieri che avrei provato a dirvi qualche parola. Mentre venivo con Badshah Khan, ho chiesto un piccolo pezzo di carta e una matita. Ho avuto una penna al posto della matita. Ho provato a scarabocchiare qualche parola. Vi spiacerà sentirmi dire che quel pezzo di carta non ce l’ho con me. Ma questo non è niente, mi ricordo di cosa volevo parlarvi, e mi sono detto: i tuoi amici non hanno visto la vera India, e tu non partecipi a una conferenza in mezzo alla vera India.
Delhi, Bombay, Madras, Calcutta, Lahore – tutte queste sono grandi città, ormai influenzate dall’Occidente, anche costruite, forse a parte Delhi, ma non Nuova Delhi, anche costruite dagli inglesi. Ho quindi pensato a un piccolo saggio – credo che lo dovrei chiamare così – che era in francese. Mi fu tradotto da un amico anglo-francese, e lui era un filosofo, era anche un uomo modesto e disse che era diventato mio amico senza che io lo avessi conosciuto, perché lui era sempre stato dalla parte della minoranza e io ero, così è, miei compatrioti, in una minoranza senza speranza, non solo minoranza senza speranza, ma anche minoranza disprezzata. Se gli europei del Sud Africa mi perdoneranno per aver detto questo, noi eravamo tutti “coolie” [termine dispregiativo per indicare gli indiani che lavoravano come servi in Sud Africa]. IO ero un insignificante avvocato “coolie”. A quell’epoca non avevamo ‘coolie’ dottori, non avevamo ‘coolie’ avvocati. Fui il primo nel campo.
Tuttavia, un ‘coolie’. Voi sapete forse cosa si intende con la parola ‘coolie’, ma questo amico – il suo nome era Krof: sua madre era una francese, suo padre un inglese – mi disse: “Voglio tradurre per te una storia francese”. Mi perdoneranno quelli di voi che conoscono la storia se nel ricordarla faccio degli errori qua e là, ma non ci saranno errori nel fatto principale.
C’erano tre scienziati e questi – chiaramente è una storia di fantasia – tre scienziati andarono fuori dalla Francia, andarono fuori dall’Europa in cerca della Verità. Questa è la prima lezione che la storia mi ha insegnato, che se bisognava la ‘verità’, non andava fatto sul suolo europeo. Di conseguenza, senza dubbio neppure in America. Questi tre grandi scienziati andarono in posti diversi dell’Asia. Uno di loro riuscì ad arrivare in India e cominciò la sua ricerca. Arrivò nelle cosiddette città di quei tempi. Naturalmente, questo succedeva prima dell’occupazione britannica, prima ancora del periodo Mughal – così l’autore francese ha illustrato la storia – ma comunque andò nelle città, vide la gente della cosiddetta casta superiore, uomini e donne, finché alla fine non entrò in un’umile casupola, in un umile villaggio, e quella casupola era una casupola Bhangi – e lì trovò la “verità” di cui era in cerca, in quella casupola Bhangi, nella famiglia Bhangi, uomo, donna, forse due o tre bambini. Dico questo facendo dei cambiamenti, l’autore a questo punto descriveva come l’uomo la trovò. Tralascio tutto questo.
Voglio legare questa storia con quello che voglio dirvi, che se volete realmente vedere l’India al suo meglio dovete trovarla in un’abitazione Bhangi, in un’umile casa Bhangi, o in villaggi di questo genere che, come ci insegnano gli storici inglesi, sono 700 mila. Poche città qua e là, non contengono molte decine di milioni di persone, ma i 700 mila villaggi contengono quasi 40 crore [400 milioni] di persone. Dico quasi, perché si potrebbe forse togliere un crore [circa 10 milioni], forse due nelle città, ma ce ne sarebbero ancora 38. E allora io mi sono detto, se questi amici sono qui senza trovare la loro vera India, che cosa ci sono venuti a fare? Quindi ho pensato di chiedervi di immaginare quest’India, non dalla prospettiva che offre questo vasto pubblico ma di immaginare come sarebbe. Vorrei che leggeste una storia come questa dei francesi o altre cose. Guardate, forse qualcuno di voi, alcuni dei villaggi dell’India, e allora troverete la vera India. Oggi confesserò anche che non sarete affascinati dalla vista.
Dovrete andare a grattare sotto quei mucchi di letame che sono oggi i villaggi. Non pretendo di dire che prima fossero luoghi di paradiso. Ma oggi sono davvero mucchi di letame; non erano così, prima, di questo sono certo abbastanza. Perché non parlo dal punto di vista storico, ma a partire da quello che ho visto con i miei occhi in carne e ossa, dell’India – e ho viaggiato da un’estremità dell’India all’altra, ho visto questi villaggi, ho visto quei miseri esemplari dell’umanità, occhi spenti – eppure loro sono l’India, eppure in quelle misere casupole, tra quei mucchi di letame si trovano gli umili Bhangi, dove si troverà un’essenza concentrata di saggezza. Come? Questa è una bella domanda.
Bene, allora voglio mettervi di fronte a un’altra scena. Di nuovo, io ho studiato dai libri, libri scritti dagli storici inglesi, tradotti per me. Tutta questa copiosa conoscenza, mi dispiace dirlo, arriva a noi in India attraverso libri inglesi, attraverso storici inglesi. Non che non abbiamo storici indiani, ma anche loro non scrivono nella loro lingua madre, o nella lingua nazionale, l’industani, o se preferite definirle due lingue, l’hindi e l’urdu, due forme della stessa lingua. No, ci danno quello che hanno studiato nei libri inglesi, magari negli originali, ma sempre inglesi e in lingua inglese – questa è la conquista culturale dell’India, che l’India ha subito. Ma ci dicono che la saggezza è arrivata all’Occidente dall’Oriente. E chi erano questi uomini saggi? Zoroastro. Lui apparteneva all’Oriente. È stato seguito da Buddha. Apparteneva all’Oriente, apparteneva all’India. Chi ha seguito Buddha? Gesù, ancora una volta dall’Asia. Prima di Gesù c’era Mosa, Mosè, anche lui appartenente alla Palestina – ho controllato con Badshah Khan e Yunus Saheb, ed entrambi mi hanno confermato che Moses apparteneva alla Palestina, nonostante fosse nato in Egitto. E poi è venuto Gesù, e poi è venuto Maometto. Tutti questi li tralascio. Tralascio Krishna, tralascio Mahavir, tralascio le altre luci – non le chiamerò luci più flebili, ma sconosciute all’Occidente, sconosciute al mondo letterario. Anche così, non conosco una sola persona capace di eguagliare questi uomini dell’Asia. E poi, cosa è successo? Il cristianesimo è stato sfigurato quando ha raggiunto l’Occidente. Mi dispiace doverlo dire, ma questa è la mia interpretazione. Non vi imporrò oltre questi temi. Vi racconto questa storia per incoraggiarvi, e per farvi capire, se il mio povero discorso può farvi capire, che quello che vedete dello splendore e di tutto ciò che le città dell’India hanno da mostrarvi non è l’India. Certamente, la carneficina che avviene proprio sotto i vostri occhi, mi dispiace, vergognoso che sia, come ho detto ieri, dovete seppellirla qui. Non portate il ricordo di questa carneficina oltre i confini dell’India. Ma quello che voglio che capiate, se potete, è che il messaggio dell’Oriente, il messaggio dell’Asia, non può essere imparato attraverso gli occhiali dell’Occidente, attraverso gli occhiali occidentali, non imitando i fili argentati dell’Occidente, la polvere da sparo dell’Occidente, la bomba atomica dell’Occidente.
Se volete di nuovo dare un messaggio all’Occidente, deve essere un messaggio di ‘amore’, deve essere un messaggio di ‘verità’. Ci deve essere una conquista (APPLAUSI), per favore, per favore, per favore.
Questo interferirà con il mio discorso, e interferirà anche con la vostra capacità di comprenderlo. Voglio catturare i vostri cuori, non voglio ricevere i vostri applausi. Fate battere i vostri cuori all’unisono con quello che dico e, credo, avrò compiuto il mio lavoro. Perciò voglio che ve ne andiate da qui con il pensiero che l’Asia deve conquistare l’Occidente. Poi, la domanda che mi ha chiesto ieri un amico: se credessi davvero in un mondo unito. Certo che credo in un mondo unito. E come potrei fare altrimenti, se sono un erede del messaggio d’amore che questi grandi, irraggiungibili maestri ci hanno lasciato? Potete portare ancora quel messaggio, adesso, in questa epoca di democrazia, in questa epoca di risveglio dei più poveri tra i poveri, potete portare di nuovo questo messaggio con la più grande enfasi. Allora voi, voi compirete la conquista dell’intero Occidente, non per vendetta del fatto che siete stati sfruttati – e nello sfruttamento, naturalmente, voglio includere l’Africa, e spero che la prossima volta che vi incontrerete in India, ci sarete tutte; che voi nazioni sfruttate della terra vi incontrerete insieme, se a quell’epoca ci saranno ancora nel mondo nazioni sfruttate. Sono così fiducioso che se metterete insieme i vostri cuori, non soltanto le vostre teste, ma i vostri cuori insieme, e capirete il segreto del messaggio che questi uomini saggi dell’Oriente ci hanno lasciato, e che se noi davvero diventiamo, meritiamo e siamo degni di quel grande messaggio, allora capirete che la conquista dell’Occidente sarà completa, e che lo stesso Occidente amerà quella conquista. Oggi l’Occidente anela alla saggezza. Oggi l’Occidente è disperato per la proliferazione delle bombe atomiche, perché una proliferazione delle bombe atomiche significa terribile distruzione, non soltanto per l’Occidente, ma sarà una distruzione del mondo intero, così che la profezia della Bibbia si avvererà e ci sarà un vero e proprio diluvio universale.
Non voglia il cielo che ci sia quel diluvio, e non per i torti dell’uomo contro se stesso. Sta a voi liberare il mondo intero, non solo l’Asia, ma il mondo intero, da quella malvagità, da quel peccato. Questa è la preziosa eredità che i vostri maestri, i miei maestri ci hanno lasciato.” 2 aprile 1947.
30
dic
07

2008

“Io sono persuaso che se vogliamo passare al versante positivo della rivoluzione mondiale, dobbiamo compiere una radicale rivoluzione dei valori. Dobbiamo al più presto cominciare a passare da una società orientata alle cose a una società orientata alle persone. Finché considereremo le macchine e i computer, le motivazioni del profitto e i diritti di proprietà più importanti delle persone, i tre giganti del razzismo, del materialismo estremo e del militarismo non potranno mai essere sconfitti.Una vera rivoluzione dei valori ci indurrebbe ben presto a mettere in discussione l’equità e la giustizia di molte nostre scelte politiche del presente e del passato. […] Una vera rivoluzione dei valori guarderebbe ben presto con disagio al violento contrasto fra povertà e ricchezza. […] Una vera rivoluzione dei valori metterà mano all’ordinamento mondiale, e della guerra dirà: «Questo modo di comporre i dissidi non è giusto». Bruciare gli esseri umani con il napalm, riempire le nostre case di orfani e di vedove, iniettare germi velenosi di odio nelle vene di popoli che di norma sarebbero pieni di umanità, rimandare a casa gli uomini che hanno combattuto in campi di battaglia tenebrosi e sanguinosi e tornano menomati nel fisico e turbati nella psiche: tutti questi atti non possono conciliarsi con la saggezza, la giustizia, l’amore. Una nazione che continua, un anno dopo l’altro, a spendere più denaro per la difesa militare che per i programmi di elevazione sociale, si avvicina alla morte dello spirito. Soltanto un tragico desiderio di morte ci può impedire di riordinare la nostra scala di priorità, in modo che il perseguimento della pace abbia la precedenza sul perseguimento della guerra. […]Un’autentica rivoluzione dei valori significa in ultima analisi che dobbiamo avere una forma di lealtà ecumenica e non settoriale. Ogni nazione, ormai, deve sviluppare sopra ogni altra cosa una lealtà verso l’umanità, verso l’umanità nel suo insieme, in modo da riuscire a conservare il meglio delle singole società. […]Dobbiamo superare l’indecisione passando all’azione. Dobbiamo trovare nuovi modi per parlare a favore della pace … Se non agiremo, saremo certo trascinati lungo gli oscuri, lunghi e infamanti corridoi del tempo riservati a quanti possiedono potere ma non compassione, potenza ma non moralità, forza ma non giudizio.Cominciamo. Rinnoviamo la nostra dedizione alla battaglia per un mondo nuovo, lunga e aspra ma bellissima…. Tocca a noi scegliere, e anche se forse preferiremmo che non fosse così, dobbiamo scegliere in questo momento cruciale della storia umana…”
I have a dream 1963
Martin Luther King
Se non puoi essere un pino sul monte,
sii una saggina nella valle,
ma sii la migliore piccola saggina
sulla sponda del ruscello.
Se non puoi essere un albero,
sii un cespuglio.
Se non puoi essere un’autostrada
sii un sentiero.
Se non puoi essere il sole,
sii una stella.
Sii sempre il meglio
di ciò che sei.
Cerca di scoprire il disegno
che sei chiamato ad essere,
poi mettiti a realizzarlo nella vita.
Martin Luther King
21
nov
07

Donne di Sabbia- Contro il Femminicidio di Ciudad Juarez

Donne di Sabbia è uno spettacolo-testimonianza sulle donne di Ciudad Juarez (Messico) nato e realizzato con lo scopo di divulgare a più persone possibili la terribile realtà del femminicidio di questa zona di frontiera. Presentato già varie volte in Messico, in Cile ed in Argentina, creato dal drammaturgo e regista teatrale Humberto Robles, il testo è basato su testimonianze vere.
Gil omicidi di donne a Ciudad Juárez, Chihuahua, Messico, continuano. Sono già piú di 460 donne le donne assassinate e piú di 600 quelle scomparse dal 1993. Il clima di violenza e impunità continua a crescere senza che al momento siano state compiute azioni concrete per mettere fine a questa situazione.
In occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne (25 novembre) , promosso dall’Onu, verrà rappresentato lo spettacolo Donne di Sabbia tradotto e interpretato tra gli altri dall’attrice peruviana Monica Livoni, nelle seguenti date:

22 Novembre ore 21.00: “Garibaldi Teatro”, Via Garibaldi, 4 – Settimo Torinese
23 Novembre ore 21.00: “Spazio Donne” Cascina Roccafranca, Via Rubino 45 – Torino
24 Novembre ore 18.00: “Sala Chierici” Biblioteca Berio- Via del Seminario 16 – Genova
25 Novembre ore 20.30: “Teatro Vittoria” Via Gramsci , 4 – Torino

Il 25 Novembre sarà presente Marisela Ortiz, presidentessa dell’Associazione “Nuestra Hijas de regresso a casa” e anche coautrice di “Donne di sabbia”.

Per informazioni sullo spettacolo contattare Monica Livoni: mll2000itza@libero.it
Per saperne di più sull’argomento : www.mujeresdejuarez.org

Gli amici di Settimo Torinese, Torino, Genova possono farci pervenire, scrivendo un post, le loro riflessioni ed emozioni scaturite dalla visione dello spettacolo e continuare la catena di informazione sulla tragedia messicana.
18
nov
07

L’Afghanistan di Bashir Sakhawarz

KOOCHA is a story dedicated to the people of a Koocha (dwelling), called Andrabi, in Kabul.

Our Koocha was self-sufficient and we had everything. At the heart of the Koocha there was an old mosque. God knows when our Mosque was built but it appeared to have strong foundations with verandas above and below, wooden pillars, the mehrab, shelves for Islamic books, a huge folding wooden doors on the upper floor and a small and solid door on the ground floor. The upper floor was used in summer time when the breeze flowed through freely ventilating the mosque hall and, the lower floor was used more for the winter when the weather was cold and the windows and the doors small enough to restrict the cold draughts into the mosque. The number of devout Muslims of our Koocha was directly and proportionally related to the degree of Celsius. When it was showing less than zero the lower floor was packed with worshipers surrounding the bukhari (the wooden fire place) and when it was summer time the same worshipers were surrounding the roses at the local gardens, Parke Zarnegar (golden carpeted park) where flowers were blossoming and love was in the air. In our Koocha we had a shop belonging to Nikoye Lang (Lame Niko) who was a bit of a bastard and often mistreated the young children by taking away their money and not giving them their goods in return or if he was in a good mood he made sure to give them the worst quality or rotten material. I myself have had the pleasure of being stung by him many a time and then being stupid enough to go to his shop again, being a well brought up and good mannered and polite child, asking him nicely: “Niko Uncle, can you give me some raisins for one Afghani”. Many big trays surrounded the entrance to Niko’s shop making it very difficult for the small arm of a child to reach him and therefore he would often ask us children to throw our Afghani coins to him. Throwing the money was not always accurate and if the coin disappeared amongst the dry fruits and other goods that he had in his many trays then Niko would simply deny us and tell us it was our fault. He was really harsh not caring that the small amount of money that we had was probably our allowance for the entire week. And if we complained, Uncle Niko only denied receiving our money and on top of that would attack us with terrible verbal abuse in order to dominate the weaker and smaller children and really make us run away without further protest. Uncle Niko never came to the mosque. That irritated our elders in our Koocha but they just turned a blind eye towards our Uncle Niko-the-Lame , the bastard. Then in our Koocha we also had the women Nanwai (women bakery) and they made fantastic home-made bread. Bread with aroma covering the Koocha valley from the top to the bottom. This made uncle Safdar mad not because of the smell of freshly backed naan but the sight of the bakery. The bakery was the center of gossip for the women in our Koocha who came to buy either fresh bread or simply brought their own dough to be baked in the tandoor of Aaja. Aaja was a very pretty woman from Hazarajaat. The bakery actually had three Aajas. They were all called Aaja. The senior Aaja and the two junior Aajas. The Senior Aaja was the eldest and the prettiest with a good size bum delicious to eager sights and on top good size juicy breasts greatly pleasing to our local Afghan men. It was this eldest Aaja and not the freshly baked bread, which made Uncle Safdar go mad with desire and he constantly made excuses to come to the bakery as frequent as possible, sometimes buying bread again and again in another two three hour’s time. Well the women of the bakery were not stupid not to realise why Uncle Safdar was coming so frequently, indeed but they did not mind and in fact he was a good sport and harmless. Whenever the aroma of the fresh bread announced the start of activity in the bakery, Uncle Safdar arrived queuing in position behind the long line of people, making constant adjustments to be either at the back or front of senior Aaja. The other women who were also waiting for the bread did not object to Safdars strategy. In reality they enjoyed seeing him in his favourite place eyeing either the bum or the tits of Aaja because it was great fun for them to observe his ogling. They watched with interest as Safdar’s eyes popped out each time Aaja bent over the tandoor to slap new bread on the side of it. Each time when she did this her ass and her tits stuck out in parallel to Uncle Safdar’s eyes popping out and in the background the giggling of the observing queuing audience. Well the Bakery was not the only place for so much naughty activities as the Koocha also had its own whorehouse. The whorehouse was situated in the most hidden part and was frequented by strangers most of the night. Unfortunately I do not know any more than that as I was too young and naïve to understand the complex politics of that aspect of the Koocha. There were also other less significant happenings in our Koocha – like the small shop belonging to Moochi (the shoe maker) and a smaller shop belonging to the barber. These shops were opposite each other with incomes almost similar. Their income dependent on the growth of hair or the wear and tear of old shoes. As young boys we disliked going to the barber because we did not want to have our haircut. However, the order came from the school authorities or from our parents alas we had to obey. But we did not mind the Moochi so much especially as his son was our good friend and his daughter was befriended to our sisters. The Koocha also had many other characters, who were not necessarily providing or contributing to business or services but they too held some kind of community titles, such as our Uncle kalanter (Uncle Leader) who had a role in leading the people of our Koocha, then there was Haji Baz Gul (Haji Hawk and Flower) who was not as strange as his combined name of hawk and flower sounds and he had the privileged role of inviting people to the mosque for prayers and reciting the Azaan (call for prayer). Then there was Uncle Tuf Tufi (the spiting uncle) who was once publically caught spiting on the palm of his hand and then touching his lower parts. Well you can imagine why he could never get rid of his Koocha name – our Uncle Tuf Tufi the spiting uncle. He did not hold any position as such but always seemed to complain and groan about life and often seen talking aloud to himself. But he had his moments of contribution to the Koocha society for sure enough like sometimes in winter when he felt good he made beautiful kites and sold them to the children for much less money than what Uncle Niko-the-Lame,the Bastard was charging. So he had won the children’s heart while they disliked Uncle Niko-the-Lame. How could one possibly like or be kind to a lame when the same person always managed to behave like a bastard. And then not to forget our Qadeer the Sharabi (drunkard Qadeer) who could always be found drinking alcohol in front of Niko’s shop, seated on a bench provided by Niko himself. Well in comparison Niko was moderately hated but Qadeer the Sharabi was really hated by many for his lack of respect for the Koocha people by drinking so obviously in front of the entire Koocha so as to speak. And Niko’s shop was not so far from the mosque, not so far at all. But nobody could say anything to Qadeer or rather they chose not to, for Qadeer was rich and powerful and belonged to a ruling family that in the past was known to be associated with the former King. Niko and Qadeer were good friends indeed. And it was Niko himself who was making the homemade alcohol that he in turn sold to Qadeer contained in plastic bags, as his factory had not yet produced bottles. Niko’s alcohol was called plastiky (alcohol in plastic bag) And there was Taq the musician who did not compose music through his own choice but rather because of the effect of hashish that finally made him loose his mind and become crazy. He smoked the Afghan black too much and simply could not give it up. I did not care for his songs but the lyrics were wonderful. All homemade: Sare kohe beland zardak namaisha Dele dukhtar ba peermardak namaisha Dele dukhtar ba lugey aashadaras Ke lungey aashadar paida namaisha On the top of the mountain carrots do not grow The young girl is not in love with the old man The young girl loves the man with a special turban That kind of turban is not easy to find Or another one like this: Negare nazaneene yare dardam To ke shooi may geree kawshe maraa gham To ke shoooi may geree maam zan gerefftum Ba to khanda kuna khalqaaie aalam My beloved who shared my happiness and my sorrows God married but even my shoes do not give a damn about it Yes she got married and I will get married too But she will be the one who will become the joke of the people Well he was a philosopher in my mind. A philosopher without followers, but a poet with listeners. Lots of them. While our Koocha was the center of activity and excitement, our school was completely opposite to that. It was a terribly boring place with teachers such as Qari Umar (religious study teacher) with a very dry sense of humor and Najiba-Jaan, the-tyrant-and-dictator, teaching geography, although to give her credit she did have the sexiest and most wondrous thighs that made us learn another kind of geography all together. There were many others living in our Koocha but their nicknames and influence not as significant as those mentioned so far. These were the two most influential characters of my young living in the Koocha. Firstly our Qari who introduced a very strict rule of forcing the learning of the Quran by heart. As a very young child I was required to wake up every morning before sunrise in order to go to the mosque to learn the Quran from the Mullah himself. This was a real torture to be forced out of bed before sunrise as a young child and I can never forget my craving for sleep of those days. And then Najiba Jaan with her mannerism of handling children in school which made my life miserable both at school and in our Koocha. Najiba Jaan, a university graduate was famous for wearing short skirts. She was amongst the number of teachers who came from professional teacher training faculty. But her style of teaching was really weird. She really made me dislike school for no reason whatsoever, especially as I was good in my class and studies, in fact very good in comparison to the other children. Unfortunately not all the children at the school were capable of remembering her teaching and she was one of those teachers who always asked students about the previous lesson that she delivered a week ago. Fortunately my memory was good but Jano’s memory was not. He actually paid little attention to her teaching but more to her thighs and her skirt. Apart from his mind being focused on her assets and not concentrating in the class he was also strategizing and planning his next move of how to cause his next damage to our Koocha. He was a bully with little respect for the people and always stole petty things including the bulbs from the street-lamps that kept the Koocha lit at night. Jano’s such theft and pranks forced the elders and young children to find their way home in pitch darkness. Jano was indeed a nasty piece of work and I had to deal with him through Najiba Jaan. As I said previously Najiba Jaan had a very especial way of teaching and asking questions to check if the students have learnt their lessons. Question time was in fact punishing time and that gave Najiba Jaan a chance to treat us to her realm of dictatorship. Najiba Jaan had the habit of punishing the lazy children by their own classmates. Her policy was to ask the lazy, bad students some questions that many could not respond to. Then she would put forward the very same questions to the other good students and obtain a satisfactory response. After that question and answer exercise Najiba Jaan would inflict her punishment in her particular style, this in her case involved ordering the good students to take turns in slapping the bad students on their faces. It was in this situation that I encountered Jano and slapped his face under Najiba Jaan’s order only to later suffer a big beating up by him and his gang when they stopped me on my way home. I really hated both of them. I hated Najiba Jaan and Jano and felt that they both harmed me. Fortunately my school torture did not continue for too long but the depth of punishment and psychological impact thereof inflicted by Jano was visible for much longer and I feared him, feared the school and feared Najiba Jaan for a long time. Even when Jano finally left school and became a proper gangster I had difficulty in looking forward to school. Fortunately Najiba Jaan also decided to continue teaching grade4 and thus we escaped her clutches the following year. Thanks God, finally after what seemed like a very long time I managed to fill my lungs with fresh air. Jano in reality did not vanish completely from our thoughts and somehow his memory continued to enter our minds again and again. He was behind any small theft and then bigger and bigger thefts. He was behind the black-market of cinema tickets, buying them cheaply and selling them for a profit. He was also behind the harassment of girls, stopping them and making sexual demand from them when they were on their way to schools. That was probably the biggest impact of his behavior on our Koocha. Well life was not always too bad for me at school and there were moments that I really enjoyed it, such as when playing football at school and being part of the team, the very team that had Ali as its captain. Ali was really good in football. He was fast. He was tricky and he was considered mean because once he had the ball at the strategic place, he scored. He developed such a reputation that when in position, the opposing goalkeeper would psychologically give up and believe that the ball would inevitably touch the back of the net and it did, every time. However, Ali was only mean when he was playing football and let me say that the reason that he was called mean was because he was without mercy towards the opposition. But he was a very fair player and never harmed anyone in play. I also liked Ali’s modesty and gentleness and for another special reason namely that he once repaired my shoes. It was one of those old afternoons when I was coming back from the school. That day Jano and his gang stopped me for a good beating. As usual I resisted and put up a good fight but was overwhelmed by the gang. My resistance made the gang angry and this time they made sure to beat me harder than before and in addition to beating they even damaged my clothes. I was wearing my new shoe called boote aaho (deer mark shoes). They were of good quality and my father had bought them for me after my good school results. The shoes were expensive and my father told me to be extra careful with them. Jano’s gang realized my vulnerability towards my new shoes and they predicted the consequences that I would face with the wrath of my father for being considered careless with them. After the gang finished with me and my new shoes I realised I was now in a real fix also at home. I just sat at the edge of the road and started to cry at my next awaiting fate. It was there, with my head hidden between my legs, that I heard Ali gently asking: “what is the matter?” I told him what happened. He cursed Jano and also felt my fear of facing my father with my now damaged shoes. He gave me comfort and suggested a solution for my problem. I agreed and soon we were in front of the shoe repair shop. The moochi (shoe repairer) was Ali’s father. Ali told his father what happened to me and his father was kind enough to repair my shoes in such a way that the damage hardly showed and moreover he did not charge me for the repair. After that a great friendship started between Ali and myself. I was always in his team although I was not really as good as many others. Being in his team made me confident and because his team always won I developed this attitude that I was a good footballer. Our friendship was not always one sided and I also tried to reciprocate, sometimes bringing dry fruit and sharing it with him or even inviting him to come to our home to have tea with us or other times invite him to our family picnics. His father was also happy to see this friendship and allowed his son to join us for picnics to Paghman, a most beautiful spot just outside Kabul. Ali had a sister who was also attending school. She was very shy but a good-looking girl who seemed to grow up unusually fast. She was also a bright student and a good example of a child from poor background doing well at school. Being beautiful and shy made Nasrin a target of Jano’s mischief’s’. One day when Nasrin was on her way home, she was stopped by Jano and asked if she would agree to a romantic relationship with him. Nasrin was poor but not poor in mind. She knew that Jano was the last person she wanted to be with, and therefore rejected his advances. Unfortunately Jano did not give up and the next day when Jano tried harder to persuade her she retaliated by slapping his face. Jano was very upset remembering his ego being damaged at school was one thing but to have his face slapped on the street publically especially by a woman was quiet another thing. He was very a macho type of man. That day he disappeared from our Koocha and we did not hear from him. There is an Afghan proverb saying “one hundred times hammering of jeweler is not equal to one time hammering of the blacksmith”. I felt that I had been just a jeweler with my attempted hammering on Jano’s face but what Jano needed was simply the one hammer from Nasrin. Over night the shy and beautiful girl of our Koocha became a heroin. 1979 was a big bang. Our Koocha started to change, beginning with the inhabitants. Some people left and others arrived. On our streets cars and army tanks rolled in together, whilst our skys were traversed with army warplanes. The Russians arrived with a loud noise and with them many other changes too. We saw strangers coming to our Koocha. People from other villages, men with big mustaches carrying arms and calling themselves protectors’ of the revolution. They were Marxists and very loyal to Russians. All these things did not worry me. In fact deep in my heart I was dissatisfied with our previous corrupt government and wanted to see some changes for the better. The first real impact of the foreign invasion that I experienced was the night when two men from the Afghan Youth Association came to my house asking specifically for me by name. The Association was a group of young people who were working for the revolutionary government to maintain safety and security of the citizens and to protect the revolution from its enemy, the enemy who were supposedly supported by the CIA. It was not a good sign to see these Youth Association men at that time of the night with their klashinkoves and Russian jeep, asking for me. My mother was really worried but there was no way to deny them. I reluctantly followed their order and sat at the back seat of the jeep to be driven to a destination that I did not know about. When I asked them where we were going, they did not answer me. Simply shutting me up by saying: “wait and see”. I must admit the twenty minutes drive was the longest drive of my life until I saw that our car entering the Youth Association compound and it was then that I realized that I must have done some thing really, really wrong. On arrival I was rushed into a large room with bulky furniture. I saw a man behind a big desk concentrating on reading some papers. I could not see his face. The other two men who brought me there left the room and I stood still with fear not moving an eyelid. I did not dare to talk and waited. It was a very long wait. The boss man finally lifted his face from his papers and walked towards a cabinet to pour himself a drink, some Russian vodka gulping it very fast. Until then I had been concentrating more on his actions than his face and when I finally focused to see his face I was shocked to see Jano in this ridiculous larger than his size uniform sipping vodka and looking at me as if I was a piece of meat. He produced a dry and sarcastic laugh and said “ it has been long time since we met the good boy of the class. I suppose you did not really know that I would be in this position” I was frightened. “Come and sit” he said that with command and authority in his voice. I slowly sat on the chair in front of him waiting to see what would happen to me now. The silence continued and my fear grew more and more. He kept drinking. There was a knock on the door and a man entered, he went to Jano and whispered some words in his ear. Jano nodded and then said aloud that he would quickly solve this issue. The man left the office and Jano reached for his coat and followed leaving me on my own. It was torture not knowing what would happen to me. I had not asked a question so far. I sat there and waited. I don’t know if it was the fear or the tea that I had consumed before coming to Jano’s office but my bladder was bursting. I was not brave enough to leave the office. It was painful. Really painful. I was really tired and felt sleepy but the pain of my bladder was strong enough to keep me awake. Finally after many hours of waiting Jano returned. He saw me waiting and had the same nasty smile on his face. He ordered me to get up which I did very quickly driven by fear. “Go and tell all the people in the Koocha that Jano is back. I now belong to the Afghan People’s Party and we are determined to clean Afghanistan from the elements of the CIA, Pakistani and Arab fundamentalists.” He came closer to me and I was shivering with fear. “You know I can kill, just as easily as killing a fly and nobody can touch me, Nobody!” he shouted. “I want to warn you that you have to behave. Join our party. Collaborate with us. Tell us what is happening in the Koocha. Tell us about the enemy of the people. Go home and think about it and remember that life is no longer like in school and there is no Najiba Jaan to protect you. In fact the bitch is already sent to hell. Count yourself lucky” My head was spinning. I went home that night but could not sleep. I knew of the rumors that the new government supported by Russians were putting people away in jail and torturing them but I did not know that some thing like that could happen to me. I thought the new government was only dealing with its ideological enemies but after seeing Jano in charge I realized that many people were sent to jail because of personal animosity. Yes the nightmare had come to our Koocha and to my personal life. I kept a very low profile and decided to make less contact with others and never talked politics. However, day-by-day I heard of the disappearance of the people in our Koocha. Some were detained by the government police and others simply left the country fearing for their safety as refugees. Their disappearance caused others to become insecure. Their relative who stayed in the Koocha were looked upon as relatives of the enemy of the government. Nobody was secure. Our sky was covered with fear instead of the beautiful Afghan kites that had previously brightened it. All these things put pressure to break the normal rhythm of the Koocha but it did not quite collapse until one day we heard that Ali had shot Jano with a gun. It didn’t sound too good for the Koocha. Everybody was panicking, thinking that the revolutionary government will imprison many more people as collaborators to Ali and enemy of the government. We really did not know that Ali had any connection with the Arabs, Pakistanis or the CIA. After the shooting, he escaped the country and it was his unfortunate father who was imprisoned. We heard that the father was tortured in order to reveal Ali’s whereabouts. Unfortunately the old man did not know any thing about Ali or his decision to go and shoot Jano. I too was not very happy with Ali and thought that he did not have any right to disturb our Koocha for his political cause. I had perceived Ali surely to be more sensitive than committing such an idiotic act as putting all his family members at grave risk. I feared for my own safety, as I was known to have been a close friend of Ali’s. Much time passed before the truth behind Ali’s action surfaced. The story was related to Nasrin. Apparently Nasrin was kidnapped by the Youth Association and was taken to Jano. She was detained for the night and raped. The following day when she came home the worried family found out what had happened to her. Ali’s blood boiled after hearing his sister’s ordeal and went straight to the Youth Association. At the entrance he overcame a guard and took a pistol from him and before anyone else could react he had entered Jano’s office and shot him. He then disappeared and took the road towards Pakistan to join the fight against the remaining revolutionary people. The government covered the truth by claiming that Ali was on the side of fundamentalists and the killing was political. The disappearance of Ali from my life brought dullness. Another tragedy that broke the heart of the Koocha was Nasrin’s suicide. The humiliation of being raped, loss of her brother and her father resulted in her madness and one evening she took her life. Haji baz Gul was also put to prison. Religion was announced as poison of the mind. I felt the time had come to leave our Koocha and made secret arrangement to escape from all these adventures. I remember clearly the day we were to finally leave our Koocha. The sun was shining but I was feeling very cold. Near the mosque I saw Taq sitting with his head between his legs and a dark cloud of hashish smoke covering his head. On the other side I saw Qadeer, this time with a huge bottle of Russian vodka in front of him and a very silly smile plastered on his face. I walked and passed them all in silence.

© Bashir Sakhawarz

La presente versione di Koocha è stata rivista e ampliata dall’autore di recente. Una precedente versione del racconto è stata tradotta in italiano e pubblicata su EL- GHIBLI

BASHIR SAKHAWARZ

Nato in Afghanistan nel 1960. Dal 1979 ha vissuto in numerosi paesi del mondo prima come esule e poi come consigliere per l’ONU nei paesi del Terzo Mondo con particolare attenzione verso i problemi dei rifugiati e la riduzione della povertà. Ha operato in Vietnam, Cambogia, Zimbabwe, Uganda, India, Kosovo, Pakistan, Tagikistan. Attualmente lavora per l’UNMIK (United Nation Interim Administration) occupandosi di progetti rivolti alla ricostruzione di scuole danneggiate dalla Guerra. E’ giornalista free lance per l’informazione persiana della BBC. Rappresenta l’Afghanistan come relatore in conferenze e seminari in tutto il mondo. E’ autore di opere in farsi ancora inedite in Italia: Saggi sui poeti persiani. Saggio su Mualana Jaladin Balkhi (Rumi), raccolte di poesie Sabzineh Sharqi, Pileh Tanhaiee. E anche traduttore in farsi delle poesie di Octavio Paz e autore di uno studio sulla vita e sull’opera del poeta persiano Ghalib. Oggi risiede a Londra.

31
ott
07

Sindiwe Magona – Premio Grinzane Terra d’Otranto

Con gioia e sincera partecipazione per l’assegnazione del Premio Grinzane Terra d’Otranto ( un premio internazionale sui temi del dialogo, della tolleranza, della solidarietà e dell’integrazione) alla scrittrice sudafricana Sindiwe Magona, pubblichiamo una intervista realizzata nel 2005 al’uscita del suo primo libro tradotto in italianao Da madre a madre, Edizioni Gorée. L’intervista è realizzata da Valentina Acava Mmaka.

Nata nel Transkei e cresciuta nei sobborghi di Città del Capo, Sindiwe Magona ha svolto un importante ruolo di attivista presso le Nazioni Unite. Ed è proprio nel periodo di massimo impegno politico che nasce la sua scrittura diventata oggi lo strumento per eccellenza col quale tenta di sfidare le convenzioni e l’opinione pubblica del suo paese, identificando in essa lo stimolo per i giovani e le donne ad assumere un ruolo decisivo nella crescita del nuovo Sud Africa.
Da madre a madre, è una profonda e intensa indagine nei risvolti più intimi e profondi di una tragedia che in questo libro diventa simbolo del disagio socio politico di una società intera, per secoli condizionata dalla segregazione razziale. Siamo in un Sud Africa che lentamente si sta lasciando alle spalle un passato buio e represso per essere immesso in una nuova dimensione dove all’evidenza di ogni azione umana corrisponde un risvolto sociale sfaccettato e complesso, più grande di quanto il mondo esterno sia capace di definire.
La scrittura di Sindiwe Magona scivola, con l’immediatezza di una combattente per la libertà, sulle increspature dei pregiudizi e dei luoghi comuni, definendo nuovi parametri attraverso cui leggere la storia di un paese troppo a lungo confinato.

Valentina Acava Mmaka- Sindiwe, il tuo romanzo è ambientato nel 1993, in quello che si definiva il nuovo Sud Africa” . Il paese si sta preparando alle prime elezioni democratiche, un’era sta volgendo al termine. Nell’agosto di quell’anno, Amy Biehl, una studentessa americana, viene uccisa nella township di Guguletu. Quanto questa notizia influenzò sulla scelta di scrivere di questo evento? Perché Da madre a madre?
Sindiwe Magona-La scrittura di questo romanzo, è stato il mio tentativo di allungare la mano alla madre della vittima, una donna che non conoscevo. Mi sono sentita in dovere di parlarle, provare a farle capire il terreno, ovvero l’arena socio politica che aveva reso quell’evento nefasto possibile. Tutti i bambini vengono al mondo innocenti e siamo noi, come società, che influiamo sulla loro crescita e, in modo più esteso, facciamo di loro ciò che diventano. Questo non lo dico per giustificare l’atto della trasgressione, ma semplicemente per tentare di guardare oltre l’azione, nelle cause profonde di una simile violenza.

VAM – Il romanzo comincia con una lettera immaginaria che Mandisa, la madre dell’omicida, scrive alla madre della vittima. Perché Mandisa sente di dover spiegare alla madre della vittima, le sue ragioni, le ragioni dell’azione di suo figlio? La Storia in Sud Africa ha condizionato la vita di milioni di Africani, in che modo, se c’è Mxolisi può essere giustificato per la sua azione?
SM – Mandisa cerca di spiegare questo doloroso, inconcepibile atto a se stessa esattamente come alla madre della ragazza assassinata. Lei soffre – il che non vuole minimizzare la pena della madre che ha perso sua figlia – ma pone tale sofferenza in una prospettiva concreta e la approfondisce perché va oltre l’apparenza. Essa indaga su come siamo tutti condizionati nell’enfatizzare solo un aspetto di una simile tragedia –confinando l’altra parte nella colpa. Il gesto di Mxolisi non è giustificato, è solo esaminato in una luce diversa, il grande dolore che sopraggiunge nella sua vita e nella vita di chi gli sta attorno.

VAM- Sicuramente il tuo romanzo ha un implicazione politica forte. Denunci chiaramente il Governo che in qualche modo ha prodotto ragazzi come Mxolisi, dove la rabbia e l’ingiustizia spingono a certe reazioni. Il Premio Nobel Seamus Heaney dice che “gli scrittori sono i guerriglieri dell’immaginazione”, che servono la lotta per la libertà. Sappiamo che in Sud Africa la scrittura ha avuto questo straordinario ruolo. Credi che anche oggi la scrittura sia uno strumento capace di osteggiare le ingiustizie?

SM- Tieni presente che la mia denuncia non riguarda solo il governo, ma la società intera, anche i genitori hanno commesso delle omissioni. Loro erano responsabili per la maggior parte degli slogan che hanno indotto a una certa manifesta violenza di quei tempi. E per rispondere alla domanda, sì, sì non posso che rispondere di sì. Quando è seria, la scrittura è e sarà sempre un potente strumento contro l’ingiustizia. In Sud Africa abbiamo una altissima percentuale di stupri e omicidi, l’incidenza delle donne sposate che contraggono l’AIDS è un altro fenomeno di violenza contro la donna, sto scrivendo un romanzo su questo e questo mi permette do affermare anche il ruolo salvifico che ha la scrittura come strumento di lotta.

VAM – Dalla tua biografia è ampiamente comprensibile che hai vissuto momenti difficili, come sei riuscita a conciliare la crescita di tre figli , le difficoltà quotidiane, e la sua scrittura tanto da farti raggiungere la notorietà che hai oggi? Quando riuscivi a dedicarti alla scrittura e come ricordi la prima volta che mandasti ad un editore la tua prima opera.?
SM – La scrittura, nella mia vita, ha seguito un lungo periodo in cui lavoravo e contemporaneamente studiavo per corrispondenza. Scrivevo nelle prime ore del mattino, erano le uniche ore che avevo a disposizione per me stessa e l’unico momento in cui la mia mente era ancora sgombera da ogni pensiero. Dopo il lavoro sarei stata troppo stanca per mettermi a scrivere. Iniziavo la giornata lavorando per me stessa, e mi sono resa conto, una volta che l’impegno della scrittura diventava sempre più serio, che dovevo diventare un po’ egoista con il tempo e afferrarne un po’ per me stessa senza curarmi troppo delle altre cose. Gli uomini lo fanno da sempre. Ecco perché sono più gli uomini a scrivere, e questo in ogni cultura. Gli uomini hanno imparato tantissimo tempo fa che “Il Tempo per me” è un importante ingrediente di autorealizzazione.

VAM – Dal 1981 al 2003 hai vissuto a New York lavorando per le Nazioni Unite , quanto questa esperienza di “esilio” ha influito sulla tua scrittura?
SM – Ho iniziato a scrivere il mio primo libro “To my children’s children – Ai figli dei miei figli” nel 1986 e francamente dubito che avrei mai scritto se non avessi vissuto fuori dal Sud Africa.

VAM – Nel mese di marzo uscirà in Italia un altro tuo lavoro Ai figli dei miei figli (Nutrimenti). Lo scorso anno sono state diverse le opere di autori sudafricani tradotti in Italia. Secondo te da dove nasce questo interesse per una letteratura che è aperta testimone di un capitolo della nostra storia spesso misconosciuto o considerato minore?
SM – Non saprei, potrebbe essere collegato al rinnovato interesse per il Sud Africa a seguito della spettacolare emergenza che viviamo nell’era post apartheid e alla brillante azione de Truth and Reconciliation Commission (Commissione per la Verità e la Riconciliazione)? Anche la tendenza del mercato ha un suo ruolo in tutto questo, chissà forse finalmente il tempo dello scrittore africano sta per scoccare!

VAM – Nella sua poesia A tough tale, Wally Mongane Serote ha detto che quando il paese sarebbe stato libero dall’apartheid, i sudafricani avrebbero dovuto trovare “nuove parole” per definire l’identità sudafricana, un nuovo capitolo della storia umana da un nuovo punto di vista. Oggi il Sud Africa ha trovato queste parole?

SM – Credo che siamo ancora nel processo di scoprire chi siamo, adesso che, in teoria, non siamo più i nemici nominati dall’apartheid. Questo è un momento straordinario nella storia del nostro paese. Stiamo ridefinendo la nostra identità nazionale, con le trasformazioni sociali e l’opportunità di contribuire attraverso di esse, è una impresa inebriante e difficile al tempo stesso.

VAM – Cosa necessita al Sud Africa per emergere e trovare la sua identità?
SM -Quando il colore della pelle non determina più la posizione dell’individuo nella società, quando il merito della donna o dell’ uomo sarà determinato da come quell’uomo o quella donna conducono la loro vita, allora, e solo allora, dovremmo essere nella posizione di assumere consapevolezza di chi siamo, svelando la nostra anima, la nostra identità, unica e profonda.

BIBLIOGRAFIA

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Da Madre a Madre – Edizioni Gorée

Ai figli dei miei figli – Nutrimenti

Push Push e altre storie- Edizioni Gorée

Il vestito di velluto rosso - Edizioni Gorée

Guguletu Blues – Edizioni Gorée

E’ imminente l’uscita in anteprima mondiale dell’ultimo romanzo di Sindiwe Magona: Questo è il mio corpo – Edizioni Gorée.

28
ott
07

SCRITTURE MIGRANTI – UN’ ESPERIENZA FORMATIVA

E’ dal 2004 che a Padova e a Venezia Daniela Golfetto, mediatrice linguistica e insegnante di italiano per stranieri, insieme alla collega Daniela Lucchesi conducono Laboratori di Scrittura Autobiografica rivolti alle donne immigrate.
Ho conosicuto Daniela lo scorso 5 ottobre a Padova al primo incontro di ImmaginAfrica in cui presentavo il mio ultimo romanzo, Daniela è una persona solare ed energica e nel breve tempo dell’incontro mi ha avvicinata porgendomi un raccoglitore di plastica trasparente nel quale spiccavano dei fogli cartonati di un delicato color lilla. Sono tornata in albergo e li ho letti, mi sono trovata di fronte non solo alle parole scritte da donne straniere con tutto il loro carico di valori, ma anche indirettamente al lavoro appassionato che Daniela aveva svolto coinvolgendo donne immigrate provenienti da ogni angolo del mondo, nella stesura di pensieri, riflessioni, sentimenti condividendoli e salvandoli all’oblio e alle occasioni mancate.
Qui segue sunto dell’intervista che le ho fatto circa la sua attività di mediatrice e coordinatrice di laboratori di scrittura autobiografica condotti al C.T.P. Diego Valeri di Padova, al Centro Donna Multiculturale di Mestre-Venezia, Associazione UnicaTerra di Padova, Casa Circondariale di Rovigo.

SOGGETTONOMADE (SN)- Come hai ideato questi laboratori ?
DANIELA GOLFETTO (DG) -Tutto è cominciato quando l’Università di Padova, presso la quale io e Daniela Lucchesi abbiamo frequentato il Master in Studi Interculturali, ci ha proposto di partecipare ad un progetto Grundtvig che univa vari paesi europei attorno alla scrittura creativa dei migranti. All’epoca ero insegnante di italiano, volontaria, presso la suddetta associazione, che ci è sembrata luogo ideale ai fini del progetto. Ho riunito così le donne di vari corsi di italiano, in un nuovo percorso, in cui la lingua italiana non fosse solo “grammatica”, ma un mezzo per comunicare i propri sentimenti, raccontare di sé e del proprio paese e condividere le proprie emozioni, positive e negative, facendo dell’italiano un uso più proprio e personale, e migliorando comunque il livello di competenza linguistica.

SN-A chi sono rivolti? Il loro obiettivo?
DG – I laboratori intendono costruire un percorso di espressione personale con fini formativi diretto a donne di varia provenienza, non ancora completamente integrate con il sistema educativo, lavorativo e legislativo del paese d’accoglienza, spesso con difficoltà linguistiche e di orientamento.
Il progetto prende in considerazione le donne migranti perché statisticamente è la componente femminile che si trova ad affrontare le maggiori difficoltà di integrazione nella società ospitante, quali il senso d’isolamento, la mancanza di autostima e l’esclusione da un mercato del lavoro qualificato. Inoltre le donne tendono in un contesto sociale estraneo al loro, a trascurare se stesse e le proprie ambizioni o desideri, mettendoli in secondo piano di fronte a problematiche più concrete e quotidiane. Il progetto mira a creare uno spazio apposito in cui tali desideri vengano a galla restituendo così alle donne una identità forzatamente dimenticata, valorizzando le loro attitudini e il loro pensiero. Attraverso un approccio informale, che include la condivisione di esperienze, il riconoscimento delle reciproche differenze, l’analisi di percorsi precedenti l’esperienza di migrazione, le partecipanti acquisiscono una maggiore consapevolezza personale: apprendono progressivamente e attraverso il mezzo della scrittura ad esprimere le proprie idee, a guardare alle situazioni in modo articolato e obbiettivo, ad analizzare il proprio percorso umano e formativo e a porsi come parte attiva nella comunità d’accoglienza.
Inoltre lavorare in gruppo porta non solo alla condivisione, ma anche ad un percorso di conoscenza di sé nel confronto con l’ altro, scoprendo di avere qualcosa da raccontare o da insegnare (una ricetta, una lingua, una tradizione sconosciuta…), a guardarsi con occhi diversi ritrovando se stesse e riscoprendo i lati positivi del proprio carattere e delle proprie esperienze di vita, una sorta di rivalutazione personale verso una maggiore autostima e sicurezza nelle proprie capacità. Il laboratorio e’ un’occasione per “sentirsi a casa”, condividere i sogni, i desideri, le giornate storte, o dimenticare i problemi, parlandone insieme oppure semplicemente pensando ad altro, sfogandosi tramite le tecniche espressive proposte: i colori, le foto, i collage, le parole. Con la condivisione di esperienze, il riconoscimento delle reciproche differenze, le partecipanti acquisiscono una capacità empatica e un atteggiamento di cooperazione e di solidarietà nei confronti delle altre, a dispetto delle diverse provenienze e retroterra culturale e linguistico; ciò permette loro di superare il senso d’isolamento e offre un’esperienza umana importante, utile anche ai fini di creare legami di amicizia durevoli.


SN-I migranti come vengono a conoscenza dell’esistenza dei corsi di scrittura?

DG – La cosa più semplice è presentare e proporre il corso presso i corsi di italiano, è molto difficile altrimenti richiamare l’attenzione attraverso volantini o pubblicità, le donne straniere sono diffidenti ed inoltre è difficile capire che cos’è un “corso di scrittura creativa autobiografica”, tante parole per dire semplicemente: “stiamo insieme e scriviamo di noi in italiano”. Il miglior mezzo per diffondere la notizia e raccogliere le partecipanti è poi il passaparola…se si comincia in tre, queste tre chiamano poi amiche , vicine, parenti…e si finisce il corso in 10/15!

SN-E qual ‘è la reazione iniziale delle partecipanti di fronte ad una esperienza così apparentemente complessa?
DG – Chi si iscrive inizialmente pensa che si tratti di un corso di lingua, come ce ne sono tanti, non comprende subito l’obiettivo “umano” che vi è dietro, ma lo conosce man a mano che lo frequenta, e lo apprezza tantissimo. Inizialmente vi è diffidenza, anzi, scetticismo quando l’obiettivo reale viene spiegato, perché il laboratorio oltre a non essere strettamente di lingua, non ha un profitto materiale: chi cerca lavoro, qui non lo trova, ma come dico sempre alle mie donne “aumenta la possibilità di trovarlo”, non solo perché chi partecipa migliora il proprio livello di lingua, ma anche perché conosce, scambia informazioni, stringe legami di amicizia con chi è più inserito, e comincerà con il non essere più solo, e con l’avere un motivo per uscire di casa.
Lo scetticismo è poi presto superato, e lascia posto all’entusiasmo; la motivazione maggiore alla partecipazione a un tipo di corso che non offre benefici concreti o materiali diventa proprio lo stare insieme, il condividere la difficile situazione di immigrazione al di là della provenienza o del progetto migratorio….o semplicemente uscire di casa e sentirsi partecipe e attiva in qualcosa. La scrittura è solo un pretesto!

SN -Cosa si aspetta il migrante da questa esperienza laboratoriale? Cosa cercanell’incontro comune?
DG – Se all’ inizio pensano di frequentare l’ennesimo corso di italiano, poi con stupore e gioia si ritrovano coinvolte in qualcosa di più: la motivazione principale è ora l’amicizia (che nasce fin da subito fra loro) , la condivisione dei problemi ma anche dei momenti felici, lo sfogo, la curiosità verso le altre culture, lo scambio vero e proprio (anche di cibo, oggetti, musica, regalini, oltre che di esperienze di vita). E’ inoltre importante per loro non solo esercitare la scrittura, ma parlare, raccontare, un’esigenza molto sentita, perché quotidianamente, al lavoro, per la strada, al supermercato, si sentono “mute” (così mi riferiscono).

SN-Cosa accomuna le partecipanti dei tuoi laboratori?
DG – Certamente la voglia di raccontarsi (e pensare che io avevo sempre avuto il timore che fossero restie a ciò!), di farsi coraggio e di condividere le difficoltà della loro esperienza iniziale. Emerge sempre un grande senso di solidarietà nel gruppo, molte mi hanno detto che questi laboratori sono per loro una specie di “terapia” contro la solitudine e l’isolamento.

LETTURE

Daniela Golfetto mi ha dato la possibilità di pubblicare alcuni dei lavori realizzati delle donne migranti nel corso dei suoi laboratori, e devo dire che sono scritti molto toccanti il cui fil rouge è racchiuso in alcune parole-chiave: nostalgia, memoria, voglia di capire, testimonianza, speranza.

Grazie alle autrici di questi lavori!

Sono certa che attraverso questa loro esperienza abbiano maturato una maggiore coscienza di sé e se anche non utilizzeranno la scrittura per un fine letterario, essa potrà continuare ad essere una compagna nel loro viaggio di ricerca o strumento per liberare le voci che dimorano nel loro profondo Io e per valorizzare la propria identità da trasmettere e condividere.
Questo spazio potrebbe essere anche una opportunità per confrontarsi e partecipare. Nella mia esperienza con i migranti (uomini e donne) coinvolti in diverse attività laboratoriali, qui e in Africa, posso dire che la scrittura non ha mai solo rappresentato lo strumento per fissare un ricordo o un pensiero, ma soprattutto un processo di autoconoscenza e di relazione. Inoltre in talune esperienze essa è valsa a salvare la lingua madre dall’oblio, valorizzando e trovando nuovi contesti e modalità in cui condividerla e trasmetterla.
Per questi scritti è stata usata una traccia letteraria tratta da Farida uno sei monologhi di “Io…donna…immigrata…” di Valentina Acava Mmaka
Scrivo perché sento tante cose dentro di me
Scrivo per l’ amore che sento
Scrivo perché mi sento felice
Scrivo perché sento rumore
Scrivo per capire
Scrivo per andare avanti.
… Larissa, Crimea

Scrivo per me
Scrivo per amici e per parenti
Per raccontare la mia vita in Italia
Scrivo per rinfrescarmi e dimenticare le cose brutte
Scrivo per il mio futuro,
così come per ricordare la mia vita passata.
…Antonina, Ucraina
Io scrivo perché voglio capire e parlare bene in italiano,
io scrivo perché io penso che è troppo difficile la vita senza capire.
Io scrivo perché mi piace,
io scrivo perché adesso io scrivo molto male,
così scrivo per migliorare!
… Hasina, Bangladesh

Io scrivo per farmi sentire dalle persone che hanno orecchio per ascoltare,
Io scrivo per consigliare le persone che hanno bisogno,
io scrivo perché vorrei aprire gli occhi dei popoli,
e denunciare ciò che non va bene.
Io scrivo perché voglio piangere per i bambini innocenti che vengono uccisi dalla guerra,
io scrivo perché vorrei far finire una volta per tutte la storia delle donne che vengono trattate come oggetti e mercificate come prostitute,
io scrivo perché voglio ringraziare Dio e tutte le persone che mi hanno aiutato nella vita, specialmente nei momenti difficili.
…Eunis, Camerun

Io scrivo per parlare bene l’ italiano,
io scrivo per capire,
io scrivo perché amo scrivere.
Scrivo in tutte le diverse lingue,
scrivo per ricordare la mia vita,
scrivo per me.
…Aida, Tunisia

Scrivo a …
Scrivo a chi non mi capisce quando parlo
Scrivo anche per far chiarezza a me su ciò che dico
Scrivo a chi pensa che perché non so scrivere, non so pensare
Scrivo a chi pensa che perché non so parlare, non so amare
Scrivo a che pensa che perché non so scrivere o parlare, non so essere.
Scrivo a chi vede in me oltre le mie parole.
…Mirella, Brasile

Lo spunto degli scritti è dato dalla poesia “IO” della scrittrice-poetessa di origine somala, Cadigia Hassan

Io che non sono sempre allegra
e che amo la tolleranza
Io che voglio essere curiosa
e che il sole mi rallegra
Io che detesto uno sguardo banale.
Io che amo lottare
ma che purtroppo mi sento pigra.
Mi rattrista la mancanza di libertà
e detesto non poter scegliere.
Io sono qui per dirmi che mi voglio bene,
anche se non sono perfetta.
…Soledad, Spagna

Dalle lettere del proprio nome attraverso gli acrostici, sono emerse le parole, ovvero i valori importanti che fanno parte della propria persona.

Io, Eunis:
“E” come Educazione
Educare, oppure essere Educata…
educata è più bello che educare.
Pensare di sapere tutto,
purtroppo è una barriera dell’ educazione.

Essere educata.
Imparare ad ascoltare,
pensare prima di parlare;
ascoltare più che essere ascoltato…
perché anche lo sciocco ha qualcosa da dire.

Sognare di arrivare a un livello più alto.
Purtroppo a volte le persone vanno a scuola,
ma la scuola non le attraversa.

Sognare di educare e di essere educato.
Avere educazione ed essere educato conta tanto….
Facile non è possedere entrambe le cose.

… Eunis, Congo




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